La santità alla scuola di Don Bosco

Aldo Giraudo, SDB. UPS (Roma)

Per comprendere quale idea della santità avesse don Bosco, non possiamo fare a meno di riferirci a un episodio da lui raccontato nella Vita di Domenico Savio.

Un giovane, appena arrivato nella comunità di Valdocco, in ricreazione stava osservando i giochi dei compagni. Era Camillo Gavio, aveva un aspetto fragile, un volto pallido, uno sguardo serio. Soffriva problemi cardiaci e si trovava convalescente. Domenico, premuroso, lo avvicinò, si mise a parlare con lui, gli domandò il motivo della sua malinconia. “Ho fatto una malattia di palpitazione, egli rispose, che mi portò sull’orlo della tomba, ed ora non ne sono ancora guarito”. “Desideri di guarire, non è vero?”, riprese Domenico. “Non tanto, desidero di fare la volontà di Dio”. Era un’affermazione inattesa che rivelò a Domenico la maturità spirituale del compagno, per cui continuò dicendogli: “Chi desidera fare la volontà di Dio, desidera di santificare sé stesso [cf. 1Ts 4,3]; hai dunque volontà di farti santo?”. “Questa volontà in me è grande […]; ma io non so cosa debbo fare”. “Te lo dirò in poche parole”, rispose Domenico: “Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri” (Vite, 84).

Quando citiamo questo episodio, ordinariamente, ci fermiamo qui. Ci piace questa bella e significativa affermazione, questa accentuazione gaudiosa della santità salesiana, e pensiamo sia sufficiente da sola ad esprimere il tipo di perfezione cristiana promosso da don Bosco. Dimentichiamo che il discorso di Domenico continuava, suggerendo un programma di santità molto articolato e impegnativo:

“Noi procureremo soltanto di evitar il peccato, come un gran nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore; procureremo di adempiere esattamente i nostri doveri, e frequentar le cose di pietà. Comincia fin d’oggi a scriverti per ricordo: Servite Domino in laetitia, serviamo il Signore in santa allegria” (Vite, 84).

In queste espressioni abbiamo condensato tutto l’insegnamento spirituale di don Bosco. Infatti egli era convinto che lo “stare molto allegri” fosse frutto della grazia divina che inonda e plasma il cuore e la mente di chi si decide a mettere Dio al centro della propria vita, nel dono radicale di sé, animato dalla carità, per cui non solo si preoccupa di evitare ogni minimo peccato, ma è vigilante e attivo nel discernere e compiere sempre la divina volontà e nell’adempiere con amore tutti i propri doveri quotidiani – quelli specifici del proprio stato di vita –. Questi doveri egli li esegue con la sollecitudine, la precisione e l’amabilità che derivano da un reale distacco del cuore dal “mondo”, dai propri interessi, per potersi donare in piena libertà a Dio e ai fratelli, sempre disponibile e felice di fare “ciò che piace a Dio” (come direbbe san Francesco di Sales), di servirlo con amore e gaudio spirituale. Solo chi è rigenerato e unificato interiormente dalla carità può servire in laetitia, come la vergine Maria – “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1, 38) – e come il Cristo, che donò sé stesso per la salvezza dell’umanità – “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7). La dedizione a Dio, fonte di ogni bene, è sorgente di felicità piena e duratura.

Insomma, la bella affermazione di Domenico Savio acquista il suo significato pieno soltanto quando noi la collochiamo in un contesto più ampio: quello di tutto il dialogo in cui è stata pronunciata, quello rappresentato dal cammino spirituale personale del santo giovane, quello dell’articolata proposta formativa fatta da don Bosco ai giovani e del fervoroso ambiente educativo dell’Oratorio di quegli anni.

Per quanto ispirata a varie tradizioni spirituali cristiane, soprattutto a san Francesco di Sales e a sant’Alfonso de’ Liguori, la santità insegnata da don Bosco ha una sua connotazione inconfondibile ed è frutto di un processo spirituale caratterizzato da passi progressivi, in tensione crescente verso la pienezza della carità e contraddistinto da alcuni momenti decisivi e da nodi dinamici caratteristici: la decisione battesimale; la facilità; la mortificazione di sé; il vivere alla presenza di Dio.

1. “Darsi a Dio” per tempo, con totalità

Già nella prima edizione del Giovane provveduto (1847) constatiamo lo sforzo di don Bosco per insegnare ai ragazzi dell’Oratorio che si è veramente felici, realizzati in tutte le proprie potenzialità, solo se ci si dona a Dio, cioè ci si converte a Lui con tutto se stessi e “per tempo”, senza tramandare la conversione in età avanzata, perché “se noi cominciamo una buona vita ora che siamo giovani, buoni saremo negli anni avanzati, buona la nostra morte e principio di una eterna felicità” (GP 6-7). “Coraggio adunque, miei cari, datevi per tempo alla virtù, e vi assicuro, che avrete sempre un cuore allegro e contento, e conoscerete quanto sia dolce servire al Signore” (GP 13).

Darsi alla virtù” (cioè a una vita buona e santa) e “servire il Signore”, sono innanzitutto il frutto di una presa di coscienza, di una illuminazione interiore e della conseguente decisione di scuotersi dall’apatia, dalla mediocrità o dall’abitudine al peccato, cambiare vita e comportarsi da cristiani autentici, da veri discepoli di Cristo. Don Bosco mise in atto tutte le sue risorse per far nascere nel cuore e nella mente dei giovani questo desiderio e questa determinazione. Infatti, senza tale decisione, senza tale passaggio radicale dall’uomo vecchio all’uomo nuovo, non c’è vita cristiana né si può fare alcun progresso sulla via della perfezione evangelica.

Don Bosco sentiva che questa era la sostanza della propria missione, una missione ricevuta fin da ragazzo, come leggiamo nel racconto del sogno dei nove anni: “Mettiti immediatamente a fare loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù”, “con la mansuetudine e la carità” (MO 62). Tale obiettivo lo guidò lungo tutto il corso della sua esistenza ed egli cercò appassionatamente di realizzarlo:

  • illuminando l’intelletto dei giovani attraverso l’istruzione, il ragionamento, la spiegazione della Parola di Dio e la lettura spirituale;
  • conquistando il loro cuore con l’accoglienza amorevole e cordiale, l’amicizia vera e l’affetto dimostrato, con un amore disinteressato, operativo e con la dedizione educativa;
  • attraendoli col fascino della sua avvincente personalità, la sua umanità riuscita, l’esempio luminoso della propria vita, unificata e potenziata dalla carità;
  • inserendoli in ambienti educativi positivi, fervidi e piacevoli, in comunità giovanili accoglienti, serene e ricche di stimoli, adatte ai bisogni e alle attese concrete dei giovani;
  • facendo loro sperimentare concretamente, attraverso il sacramento della confessione, la gioia e la bellezza della vita di grazia;
  • sostenendoli passo dopo passo con un’assistenza attenta, comunitaria e personalizzata, con un efficace accompagnamento educativo e spirituale, sul cammino della purificazione del cuore e della mente, della costruzione delle virtù, del gusto per la preghiera e dell’unione con Dio, della comunione trasfigurante col Cristo eucaristico, dell’affettività e dell’oblatività nelle relazioni e dell’operosità umana.

Così essi arrivavano veramente a sperimentare e comprendere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani, la “preziosità della virtù”, di uno stile di vita santo, in contrapposizione alla “bruttezza” di un vissuto mediocre, meschino e peccaminoso.

Quello che don Bosco cercava di avviare era, dunque, un processo mirato alla piena realizzazione della loro vocazione personale, sul piano umano e su quello interiore, che riuscisse contemporaneamente a scioglie resistenze e blocchi interiori, a liberare energie spirituali e morali, a donare un equilibrio solido e favorire la piena espansione di tutte le potenzialità.

Don Bosco così aiutava i giovani a entrare con decisione in un cammino battesimale che permetteva loro di far proprie, con volontà ferma e con slancio generoso, le promesse del battesimo, rendendole così efficaci nella vita quotidiana: la rinuncia a Satana, a tutte le sue opere, alle seduzioni del peccato, alle attrattive del male, e la fede in Dio Creatore e Padre, in Gesù Redentore, maestro e modello, nello Spirito santificatore. In tal maniera egli dava loro il senso concreto del primo comandamento: “Io sono il Signore tuo Dio, non avrai altro Dio all’infuori di me”; “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente” (Mt 22,37). Li aiutava a fare in modo che Dio fosse realmente il centro unificante di tutto il loro essere nella sequela di Cristo.

La vita di Michele Magone mostra tutta l’efficacia di questa pedagogia cristiana: il simpatico incontro con don Bosco, che lo accoglie amorosamente e gli offre l’opportunità di uscire da una situazione di povertà e pericolo; lo inserisce in un ambiente positivo, stimolante e vivace; lo aiuta con rispetto a sciogliere i nodi di una coscienza “ingarbugliata”; gli mostra la strada più semplice ed efficace per prendere in mano la propria vita e mettervi ordine. Tutto questo progressivamente e dolcemente. Così Michele si apre alla conversione; nasce in lui la determinazione di “romperla col demonio” (Vite, 122) e di “darsi” a Dio; arriva a gustare la gioiosa esperienza della vita di grazia, che poco a poco, attraverso un’operosa corrispondenza, maturerà e trasfigurerà la sua personalità. La conversione di Michele Magone segna l’inizio di un’esistenza radicalmente nuova e santa, animata da uno slancio generoso e impressionante.

Nella vita di Domenico Savio è ampiamente documentata la determinazione battesimale. I proponimenti della prima comunione, che culminano nella decisione radicale: “La morte ma non peccati” (Vite, 46), vengono ripresi e confermati l’8 dicembre 1854 – “Maria vi dono il mio cuore; fate che sia sempre vostro. Gesù e Maria siate voi sempre gli amici miei! ma per pietà, fatemi morir piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato” (Vite, 57) – questi propositi diventano sostanza della sua preghiera – “Sì, mio Dio, ve l’ho già detto e ve lo dico di nuovo, io vi amo e vi voglio amare fino alla morte. Se voi vedete che io sia per offendervi, mandatemi la morte: sì, prima la morte, ma non peccare” (Vite, 90) – e saranno riconfermati sul letto di morte: “Ripeto e lo dico mille volte: morire, ma non peccati” (Vite, 98).

È il medesimo movimento di totalità che ha caratterizzato il percorso spirituale di don Bosco stesso, come intuiamo nel racconto delle Memorie dell’Oratorio: quando egli descrive la sua prima comunione e le raccomandazioni della madre – “Sono persuasa che Dio abbia veramente preso possesso del tuo cuore. Ora promettigli di fare quanto puoi per conservarti buono sino alla fine della vita…” (MO 69) –; quando rivela la fecondità interiore del suo affidamento alla guida spirituale di don Calosso – “Da quell’epoca ho cominciato a gustare che cosa sia vita spirituale…” (MO 71) –; quando, soprattutto racconta la radicale consegna di sé a Dio nel momento della vestizione chiericale:

Nel giorno di S. Michele (ottobre 1834) mi sono accostato ai santi sacramenti, di poi il teologo Cinzano prevosto e vicario foraneo di mia patria, mi benedisse l’abito e mi vestì da chierico prima della messa solenne. Quando mi comandò di levarmi gli abiti secolareschi con quelle parole: «Exuat te Dominus veterem hominem suis», dissi in cuor mio: «Oh quanta roba vecchia c’è da togliere! Mio Dio, distruggete in me tutte le mie cattive abitudini». Quando poi nel darmi il collare aggiunse: «Induat te Dominus novum hominem, qui secundum Deum creatus est in iustitia et sanctitate veritatis!», mi sentii tutto commosso e aggiunsi tra me: «Sì, o mio Dio, fate che in questo momento io vesta un uomo nuovo, cioè che da questo momento io incominci una vita nuova, tutta secondo i divini voleri e che la giustizia e la santità siano l’oggetto costante de’ miei pensieri, delle mie parole e delle mie opere. Così sia. O Maria, siate voi la salvezza mia» (MO 101).

Lo spogliamento dall’abito secolare per indossare quello religioso, la contrapposizione tra uomo vecchio e uomo nuovo, accompagnata dalla decisione di iniziare “una vita nuova, tutta secondo i divini voleri”, votata cioè al compimento pieno della volontà di Dio e costantemente orientata alla giustizia e alla santità, sono efficacissimi richiami al cambiamento postulato dal battesimo e dalla sequela di Cristo. Fu una rottura drastica col precedente stile di vita (che, come ci informa don Bosco stesso, non era cattivo, “ma dissipato, vanaglorioso”), accentuata dal racconto del disgusto provato durante il banchetto a cui il parroco lo condusse dopo la vestizione: “Quella gente, quale società poteva mai formare con uno che al mattino dello stesso giorno aveva vestito l’abito di santità, per darsi tutto al Signore?” (MO 102).

La decisione della conversione, per quanto sincera e totale, da sola non basta. Bisogna passare alla concreta riforma morale della propria esistenza e a un cambio di mentalità. Nelle Memorie, don Bosco è chiaro:

Dopo quella giornata io doveva occuparmi di me stesso. La vita fino allora tenuta doveva essere radicalmente riformata. Negli anni addietro non era stato uno scellerato, ma dissipato, vanaglorioso, occupato in partite, giuochi, salti, trastulli ed altre cose simili che rallegravano momentaneamente, ma che non appagavano il cuore. Per farmi un tenore di vita stabile da non dimenticarsi, ho scritto le seguenti risoluzioni […] (MO 102).

A questo punto vengono elencati sette impegni o propositi relativi a quegli atteggiamenti che don Bosco giudicava irrinunciabili per una effettiva totalità di consacrazione: (1) fuga dalle occasioni di dispersione, dalla dissipazione e dalla vanagloria; (2) “ritiratezza” praticata e amata (intesa come raccoglimento, spirito interiore, vita modesta, appartata e laboriosa); (3) temperanza e sobrietà; (4) impegno per acquisire una cultura religiosa, in contrapposizione a quella mondana come modo per “servire” il Signore; (5) salvaguardia della virtù della castità «con tutte le forze»; (6) spirito di preghiera; (7) esercizio quotidiano della comunicazione pastorale per l’edificazione del prossimo (MO 102-103).

La conclusione del racconto richiama la Promessa per imprimere nell’anima il proposito di servire Dio che Francesco di Sales pone al vertice del cammino di purificazione per suggellare la scelta di servire a Dio solo: “Affinché [quelle deliberazioni] mi rimanessero bene impresse – scrive don Bosco – sono andato avanti ad un’immagine della Beata Vergine, le ho lette, e dopo una preghiera ho fatto formale promessa a quella Celeste Benefattrice di osservarle a costo di qualunque sacrifizio” (MO 103). Il santo savoiardo, infatti, configurava la conversione alla “vita devota”, a un vissuto cristiano radicale, come una personale assunzione e rinnovazione “della promessa di fedeltà fatta in mio nome a Dio, in occasione del battesimo” (Filotea, parte I, cap. XX).

2. È facile farsi santi

Nell’antropologia teologica di don Bosco, l’uomo è creato da Dio per la santità e la comunione amorosa con Lui, una comunione che troverà la sua pienezza nell’eternità, ma che è possibile già in questa vita. Egli era convinto che ogni persona, anche il ragazzo più povero e meno dotato, è chiamata alla santità e può realisticamente diventare santa. Nell’introduzione di uno dei primi volumetti delle «Letture Cattoliche», la Vita di santa Zita serva e di sant’Isidoro contadino (1853), don Bosco scrive:

… O voi tutti, che lavorate, che siete aggravati da pene e da travagli, se volete trovare una sorgente inestinguibile di consolazioni, se volete rendervi fortunati, siate Santi! Divenir un santo! direte voi, chi può aspirar a ciò? Bisognerebbe aver tempo per trattenerci di continuo in preghiere, e in chiesa: bisognerebbe esser ricco per poter fare grandi limosine: bisognerebbe essere letterato per poter comprendere, studiare, e ragionare. Errore grande, nostri buoni amici, è questa un’illusione pericolosa. Per farci santi non è necessario d’essere padroni del nostro tempo, nè d’esser ricchi, o letterati. […]

 Di quante cose adunque abbiamo bisogno per farci santi? Di una cosa sola: Bisogna volerlo. Sì, purché voi vogliate, potete essere santi: non vi manca altro che il volere. Gli esempi dei Santi, la cui vita ci accingiamo a porre sotto i vostri occhi, sono di persone, che hanno vissuto in condizione bassa, e tra i travagli d’una vita attiva. Operai, agricoltori, artigiani, mercanti, e servi, e giovani, si sono santificati, ciascuno nel proprio stato. E come si sono santificati? Facendo bene tutto ciò, che dovevano fare. Essi adempievano tutti i loro doveri verso Dio, tutto soffrendo pel suo amore, a Lui offerendo le loro pene, i loro travagli: Questa è la grande scienza della salute eterna e della santità (Santa Zita, 6-7).

Don Bosco proclama che tutti possono e devono diventare santi, basta volerlo; in ogni stato di vita ciò è possibile: è sufficiente “fare bene tutto”, vivere cioè da buoni cristiani nella carità, attuare gli insegnamenti evangelici nel quotidiano, sostenendo e soffrendo ogni cosa per amor di Dio e tutto offrendo a Lui.

Questa affermazione della chiamata universale alla santità e della facilità a realizzarla impressionò profondamente Domenico Savio:

Erano sei mesi da che il Savio dimorava all’Oratorio quando fu ivi fatta una predica sul modo facile di farsi santo. Il predicatore si fermò specialmente a sviluppare tre pensieri che fecero profonda impressione sull’animo di Domenico, vale a dire: è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi; è assai facile di riuscirvi; è un gran premio preparato in cielo a chi si fa santo. Quella predica per Domenico fu come una scintilla che gl’infiammò tutto il cuore d’amore di Dio (Vite, 61).

Le particolari condizioni interiori in cui si trova Domenico, che pochi mesi prima aveva rinnovato la sua donazione al Signore, spiegano l’effetto profondo suscitato da quella predica. Non si trattò soltanto della reazione entusiasta di fronte a un bel discorso, ma, come ci suggerisce chiaramente don Bosco, di un’esperienza mistica: “Quella predica per Domenico fu come una scintilla che gl’infiammò tutto il cuore d’amore di Dio”.

Il dialogo che seguì ce lo conferma e gli aneddoti riportati nel resto del capitolo dimostrano che non era un entusiasmo passeggero o un volontarismo mosso dalle convincenti argomentazioni del predicatore. Fu un’irruzione dello Spirito nell’anima di Domenico, un incendium amoris (per usare il bel titolo del De triplici via di san Bonaventura), un’incontenibile traboccamento della divina carità in un cuore purificato e incondizionatamente disponibile ai “lavori della grazia divina”. Domenico, dunque, non soltanto sentiva “il desiderio” e “voleva”, ma aveva “assolutamente bisogno” di farsi santo, non poteva cioè resistere a questa potente attrattiva della grazia. Certo, fu un’esperienza unica la sua, ma è interessate notare come don Bosco orientò questo desiderio incontenibile che il ragazzo non sapeva gestire. Alla domanda “Mi dica adunque come debbo regolarmi per incominciare tale impresa”, il santo educatore rispose riconducendolo alla vita di ogni giorno:

Io lodai il proposito, ma lo esortai a non inquietarsi, perché nelle commozioni dell’animo non si conosce la voce del Signore; che anzi io voleva per prima cosa una costante e moderata allegria: e consi­gliandolo ad essere perseverante nell’adempimento dei suoi doveri di pietà e di studio, gli raccomandai che non mancasse di prendere sempre parte alla ricreazione coi suoi compagni (Vite, 62).

Cioè, anche in questa situazione spirituale particolarissima e privilegiata, don Bosco ribadisce quanto era solito suggerire a tutti: la santità non è qualcosa di straordinario e difficile; si costruisce nel quotidiano, vivendo da buoni cristiani, nel compimento fedele e amoroso dei doveri del proprio stato – che, nel caso di Domenico, erano quelli tipici di un giovane studente dell’Oratorio: studio, preghiera, obbedienza, bontà verso tutti, purezza, fraternità e allegria tra i compagni, spirito di carità e di servizio. Lo stesso programma è presentato nella biografia di Michele Magone e in quella di Francesco Besucco, nella quale viene sintetizzato in una felice formula: “Allegria, Studio, Pietà. È questo il grande programma, il quale praticando, tu potrai vivere felice, e fare molto bene all’anima tua” (Vite, 195).

3. Mortificazione dei sensi e ascesi apostolica

Nonostante le apparenze, la proposta della santità “facile”, non è per don Bosco un abbassamento di qualità. Infatti:

  • suppone, come punto di partenza la conversione del cuore e la totalità del “darsi a Dio”;
  • è connotata da un atteggiamento volitivo e battagliero;
  • richiede un costante controllo di sé, tramite l’esame di coscienza quotidiano e la pratica regolare e frequente del sacramento della penitenza;
  • implica un affidamento confidente al “fedele amico dell’anima”, il confessore-direttore spirituale.

L’ascesi come via alla santità era proposta da don Bosco ai giovani, in una prospettiva adatta alla loro condizione, correggendo le possibili derive di una spiritualità malintesa, e riportandoli continuamente alla concretezza del vissuto quotidiano, il quale non va solo accettato, ma abbracciato con gioia, secondo il proprio stato di vita. Egli riprese e applicò alla condizione giovanile la sensibilità umanistica e l’insegnamento di san Francesco di Sales. Presentò così un tipo di mortificazione “positiva”, da cui erano eliminate intemperanze e inutili rigidità, pur rimanendo esigente poiché tutta incentrata sulle situazioni di vita, sui doveri di stato.

Egli considerava un ventaglio molto vasto di doveri, tutti quelli legati alla propria condizione: “doveri di pietà, di rispetto e di ubbidienza verso i genitori e di carità verso tutti” (Vite, 208). Di conseguenza suggeriva ai giovani allievi non digiuni e rigidezze di propria scelta, ma “la diligenza nello studio, l’attenzione nella scuola, l’ubbidire ai superiori, il sopportare gli incomodi della vita quali sono caldo, freddo, vento, fame, sete”, superando il loro imporsi come “necessita” esterne di forza maggiore e accogliendoli serenamente “per amor di Dio” (Vite, 207).

Allo stesso livello egli poneva i doveri derivanti dal precetto evangelico della carità: usare “molta bontà e carità” verso il prossimo, sopportare i suoi difetti, “dare buoni avvisi e consigli”; “fare commissioni ai compagni, portare loro acqua, nettare le scarpe, servire anche a tavola […], scopare in refettorio, nel dormitorio, trasportare la spazzatura, portare fagotti, bauli”. Tutte queste cose, secondo don Bosco, vanno fatte “con gioia” e con “soddisfazione”. Infatti, “la vera penitenza non consiste nel fare quello che piace a noi, ma nel fare quello che piace al Signore, e che serve a promuovere la sua gloria” (Vite, 207-208).

Dunque, il valore spirituale di queste situazioni esistenziali viene garantito dall’intenzione con cui le si affronta e dalla finalità che loro si assegna: “Ciò che dovresti soffrire per necessita – ricorda a Domenico Savio – offrilo a Dio, e diventa virtù e merito per l’anima tua” (Vite, 75).

Don Bosco concorda con santa Teresa di Lisieux nel prospettare la perfezione come un vivere la carità, ma rendendola concreta nel servizio verso il prossimo, senza interessi egoistici, vivendo amabilmente, sereni e fedeli ai propri impegni anche fra contrarietà e sofferenze. La mortificazione proposta da don Bosco, dunque, è innanzitutto uno strumento ascetico finalizzato al dominio delle pulsioni istintuali, al controllo dei sensi, alla correzione dei difetti e alla costruzione delle virtù. Ma ha anche una connotazione mistica, infatti cresce in proporzione al grado di carità interiore: “Quando l’amor di Dio prende possesso di un cuore, niuna cosa del mondo, nissun patimento lo affligge, anzi ogni pena della vita gli riesce di consolazione. Dai teneri cuori nasce già il nobile pensiero che si soffre per un grande oggetto, e che ai patimenti della vita e riservata una gloriosa ricompensa nella beata eternità” (Vite, 206-207).

La prospettiva amorosa nella quale don Bosco propone l’ascesi dei doveri si radica in quel “darsi tutto a Dio”, di cui abbiamo parlato, come forma sostanziale (battesimale) della vita cristiana, con decisione e slancio. Da tale movimento interiore scaturisce necessariamente un vissuto di carità gioioso e ardente, un intenso e sereno fervore operativo. Questa assoluta determinazione di dono, che fa entrare il cristiano in quello stato di piena obbedienza al Padre proprio del Cristo, nella condizione di servo liberamente assunta per amore, illumina di luce nuova il senso e il valore delle azioni quotidiane.

Esemplare in questo senso è l’esperienza di Michele Magone: se prima egli abbandonava con fatica l’amata ricreazione per andare a compiere i suoi doveri, sentiti come un peso (Vite, 119), poi lo si vedrà “correre il primo in que’ luoghi ove il dovere lo chiama”, col desiderio di regolarsi “costantemente bene […] con applicazione e diligenza”.

Domenico Savio, fortemente emozionato per l’incontenibile esperienza interiore scatenata dalla predica sulla santità e pressato interiormente dal “bisogno” “di essere tutto del Signore”, si sentiva portato “a far rigide penitenze, passar lunghe ore nella preghiera”. Don Bosco invece lo esortò a mantenere “una costante e moderata allegria”, “ad essere perseverante nei suoi doveri di pieta e di studio”, “a prendere sempre parte alla ricreazione coi suoi compagni” (Vite, 62-63). Nello stesso tempo lo orientò all’azione apostolica: “La prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo fu di adoperarsi per guadagnar anime a Dio” (Vite, 63).

Come altri santi dell’Ottocento, convinti che l’azione della grazia spinge verso un vissuto fecondo di virtù morali, di operosità santa e di opere di carità, don Bosco, preferiva l’impegno volitivo nel bene, l’operosità virtuosa e allegra, la relazione amichevole e servizievole e, soprattutto, la carità apostolica: “la sollecitudine per il bene delle anime” e lo zelo per “istruire i fanciulli nelle verità della fede”, per “guadagnare a Dio” tutta l’umanità.

Tuttavia, questa tendenza ascetico-operativa, questa predilezione per il fervore pastorale e missionario in don Bosco non si opponevano affatto all’interiore comunione con Dio; egli non trascurava l’orazione d’unione, anzi si protendeva docile alle attrattive dello Spirito Santo e in questo clima orante formava i suoi discepoli.

4. Vivere alla presenza di Dio

Qui si inserisce il tema della preghiera, intesa da don Bosco come relazione amorosa, comunione di pensieri, affetti e sentimenti con Dio. Affermava: “Pregare vuol dire innalzare il proprio cuore a Dio e intrattenersi con lui per mezzo di santi pensieri e divoti sentimenti” (Il cattolico, 87). Dunque, la preghiera che egli promuoveva aveva come primo obiettivo l’elevazione dello spirito e l’invocazione della grazia per resistere alle tentazioni, distaccare il cuore dal peccato, crescere nella virtù. Su questa traccia sviluppò un metodo di preghiera che valorizzava le comuni pratiche di pietà come via efficace per giungere allo “spirito di preghiera” (così egli lo chiamava). Le orazioni del mattino e della sera, le frequenti invocazioni o giaculatorie lungo la giornata, le letture spirituali, le quotidiane “visite” in cappella, i tridui e le novene, i ritiri mensili e gli esercizi spirituali: erano tutti esercizi finalizzati a instaurare e incrementare una costante conversazione interiore e un legame affettuoso, ad alimentare un senso adorante della presenza di Dio per entrare in uno “stato” di permanente comunione.

Anche qui il nostro Fondatore insiste sulla facilità e sulla semplicità, invitando a costellare la giornata di brevi momenti di orazione, dalla sveglia mattutina fino alla conclusione della giornata, per fare in modo che ogni azione, “diligentemente” compiuta, fosse “indirizzata” e offerta al Signore (GP 68-70, 82). Scorrendo le pagine del Giovane provveduto, le Vite dei suoi giovani, ma anche i regolamenti dei Salesiani, delle figlie di Maria Ausiliatrice e dei Cooperatori, non troviamo nulla di complicato e di pesante, solo pratiche di pieta sobrie e piacevoli, ma connotare dal fervore, dall’affidamento, dall’offerta amorosa di sé: “Cose facili, che non spaventino e neppure stanchino il fedele cristiano, massime poi la gioventù. […] Teniamoci alle cose facili, ma si facciano con perseveranza” (Vite, 136).

Egli teneva conto della sensibilità giovanile e popolare, dunque faceva leva sull’affettività, sull’amicizia di Cristo, sulla tenerezza materna di Maria. Era convinto che fosse compito dell’educatore cristiano adoperarsi per “far prendere gusto alla preghiera ai giovanetti” (Vite, 204). Per questo li esercitava al pensiero della “presenza di Dio”, Padre amorosissimo, li invitava ad elevare di tratto in tratto il cuore e la mente al Creatore, li invogliava “a conversare familiarmente” con Lui, in qualsiasi luogo, sull’esempio di Domenico Savio, il quale, “anche in mezzo ai più clamorosi trambusti, raccoglieva i suoi pensieri e con pii affetti sollevava il cuore a Dio” (Vite, 69).

Educava anche gli atteggiamenti esterni (il segno della croce, la genuflessione, la compostezza del corpo durante l’orazione), voleva una pronuncia chiara e calma delle parole, dava grande importanza alla musica e al canto sacro, curava la bellezza degli ambienti dedicati alla preghiera e l’armonia e la solennità delle liturgie

Attraverso questi semplici mezzi don Bosco mirava, per sé stesso e per gli altri, al raggiungimento di uno stato interiore di amore permanente, tale da impregnare i pensieri, unificare gli affetti, orientare le azioni. Lo “stato di preghiera”, nel suo modo di vedere, non è soltanto un “grado” di orazione, perché è sempre accompagnato da una tensione al perfezionamento morale: distacco, sforzo di superamento e controllo di sé, pazienza, vigilanza, fedeltà e costanza nel bene, benevolenza. È uno stato d’animo raccolto, in uno stile di vita modesto, concentrato sull’essenziale, laborioso e caritatevole, aperto all’azione interiore della grazia che preserva dalla dispersione dei pensieri e dalla banalità delle mode, senza nulla sottrarre alla vivacità gaudiosa dell’esistenza. Si crea così una dimensione interiore elevata, l’unica veramente capace di trasformare il cortile, la scuola, il laboratorio o l’ufficio in luoghi salesiani privilegiati dell’incontro col Signore.

In tal modo il santo educatore risignificò radicalmente l’antico precetto della fuga mundi in un contesto di modernità. Grazie allo spirito di preghiera, l’allontanamento dal mondo e l’immersione nel mondo si compongono e si armonizzano nell’offerta di sé, in un’assunzione responsabile del vissuto in stile cristiano. Orazione, fervore apostolico e mortificazione sono facce di un unico atteggiamento di consacrazione del cuore. Proposta alta, fatta da don Bosco ai discepoli e alle discepole nella vita consacrata, ai Cooperatori adulti, ma anche ai ragazzi più semplici, che esortava: “Coraggio adunque cominciamo per tempo a lavorar per il Signore, ci tocca patire qualche cosa in questo mondo, ma sarà poi eterno il premio che avremo nell’altro” (GP 73).

La sua direzione spirituale, inoltre, dava massima importanza alla pratica sacramentale: “Ritenete, o giovani miei, che i due sostegni più forti a reggervi e camminare per la strada del cielo sono i sacramenti della confessione e comunione” (Regolamento, 36). Don Bosco valorizzò i sacramenti in prospettiva pedagogica e spirituale. L’insistenza sulla frequenza sacramentale era motivata dalla coscienza della fragilità umana e del bisogno di sostenere la volontà per stabilizzarla nel bene e nella virtù; ma anche dalla convinzione della potente azione trasformatrice dello Spirito Santo che, agendo nel sacramento, opera la purificazione radicale e crea le condizioni favorevoli perché il Signore possa “prendere possesso del cuore” e plasmarlo nella carità.

Qui si coglie il motivo della sua insistenza sulla scelta di un confessore stabile, di un amico dell’anima, al quale affidarsi per essere guidati sulle vie dello Spirito. Nel rapporto confidenziale, infatti, il confessore personalizza il programma spirituale: insegna l’arte dell’esame di coscienza, forma alla contrizione perfetta, stimola il proposito efficace, guida sui sentieri delle purificazioni e degli esercizi virtuosi, introduce al gusto della meditazione e alla pratica della presenza di Dio, insegna i modi di una feconda comunione col Cristo eucaristico.

Confessione e comunione frequente sono intimamente legate nella pedagogia spirituale di don Bosco. Con la confessione assidua e regolare si promuove la vita “in grazia di Dio” e si alimenta la tensione virtuosa che permette un accostamento sempre più “degno” alla comunione; nello stesso tempo, attraverso la comunione eucaristica, la persona si polarizza su Cristo affinché la grazia trovi spazio per operare in profondità, trasformare e santificare.

Questa preoccupazione spiega il clima affettivo nel quale don Bosco prospettava la devozione eucaristica. Durante l’offertorio della messa, ad esempio, egli invitava i giovani a contraccambiare l’amore oblativo del Cristo crocifisso col dono di sé: “Vi offro il mio cuore, la lingua mia, affinché per l’avvenire altro non desideri né d’altra cosa parli, se non di quello che riguarda al vostro santo servizio” (GP 88). Così anche nel ringraziamento alla comunione:

Ah potessi aver il cuore dei serafini del cielo, affinché l’anima mia ardesse mai sempre di amore per il mio Dio! […] Protesto che per l’avvenire voi sarete sempre la mia speranza, il mio conforto, voi solo la mia ricchezza. […] Vi offro tutto me stesso; vi offro questa volontà, affinché non voglia altre cose se non quelle che a voi piacciono; vi offro le mie mani, i miei piedi, gli occhi miei, la lingua, la bocca, la mente, il cuore, tutto offro a voi, custodite voi tutti questi sentimenti miei, acciocché ogni pensiero, ogni azione non abbia altro di mira se non quelle cose che sono di vostra maggior gloria e di vantaggio spirituale dell’anima mia (GP 101-102).

Sono testi ispirati alla letteratura devota del tempo, ma se colleghiamo con gli sforzi formativi messi in atto da don Bosco, in particolare con lo specifico modello di santità da lui promosso, acquistano un valore unico, perché ci svelano i meccanismi interiori innescati dal santo educatore per il coinvolgimento interiore dei suoi giovani in ordine alla relazione con Dio e alla perfezione cristiana.

Anche la pietà mariana in lui acquista una chiara funzione pedagogica, pur mantenendo le caratteristiche tipiche della devozione ottocentesca. Lo possiamo constatare nel profilo biografico di Michele Magone, dove la devozione a Maria santissima culmina — come dice don Caviglia — in una “pedagogia dell’adolescenza, che è dunque e soprattutto pedagogia della castità” (Caviglia, 162).

Ma non è solo questo. Infatti don Bosco racconta che Michele, nel meditare un versetto biblico stampato su un’immagine di Maria – Venite, filii, audite me, timorem Domini docebo vos – si sentì spinto a scrivere una lettera al direttore “in cui diceva come la beata Vergine gli aveva fatta udire la sua voce, lo chiamava a farsi buono e che ella stessa voleva insegnargli il modo di temere Iddio, di amarlo e servirlo” (Vite, 133). Ecco: una corretta pedagogia mariana è in grado di far percepire l’appello interiore dello Spirito anche a un ragazzo distratto e dissipato, per indurlo a un’attività spirituale più intensa e accendere in lui un desiderio di alta perfezione.

Nella vita di Domenico Savio, la tensione spirituale raggiunge il vertice con l’atto formale e solenne dell’8 dicembre 1854, quando il ragazzo rinnova le promesse della prima comunione e ripete: “Maria, vi dono il mio cuore; fate che sia sempre vostro! Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici miei! Ma per pieta, fatemi morire, piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato!”. “Presa cosi Maria per sostegno della sua divozione – commenta don Bosco – la morale di lui condotta apparve così edificante e congiunta a tali atti di virtù, che ho cominciato fin d’allora a notarli per non dimenticarmene” (Vite, 57). Sono espressioni che ci rivelano la portata dinamica della devozione mariana insegnata da don Bosco: una devozione non staccata dal quotidiano, ma compenetrata con esso, capace di somministrare energie morali e spirituali per la pratica del bene, in una prospettiva di pienezza umana e spirituale – di santità, appunto – che impregna la vita interiore e quella operativa.

Conclusione

Mi sono soffermato sui nodi dinamici della proposta di vita e santità cristiana presentata da don Bosco ai giovani. È però importante notare che gli stessi dinamismi caratterizzano gli insegnamenti spirituali del nostro Fondatore quando si rivolge ai consacrati, alle consacrate e ai laici Cooperatori, rimarcando sempre la radicalità cristiana e la tensione apostolica.

Ad esempio, il formulario della professione religiosa, inserito nell’edizione italiana delle prime costituzioni salesiane (1875), è introdotto da una dichiarazione che illustra in modo evidente la totalità battesimale della consacrazione salesiana come la intendeva don Bosco:

Professando le costituzioni salesiane io intendo di promettere a Dio di aspirare alla santificazione dell’anima col rinunciare ai piaceri ed alle vanità del mondo, colla fuga di qualunque peccato avvertito e di vivere in perfetta castità, in umile ubbidienza, in povertà di spirito. Conosco pure che professando queste costituzioni debbo rinunziare a tutte le comodità e a tutte le agiatezze della vita, e ciò unicamente per amore a Nostro Signore Gesù Cristo, cui intendo consacrare ogni mia parola, ogni mia opera, ogni mio pensiero per tutta la vita (Regole, 44-45).

Scrive don Bosco nella prima lettera circolare ai salesiani (9 giugno 1867):

“Ognuno deve entrare in Società guidato dal solo desiderio di servire a Dio con maggior perfezione e di fare del bene a sé stesso, si intende fare a sé stesso il vero bene, bene spirituale ed eterno. […] Noi mettiamo per base le parole del Salvatore che dice: Chi vuole essere mio discepolo vada a vendere quanto possiede nel mondo, lo dia ai poveri e mi segua. Ma dove andare, dove seguirlo, se non aveva un palmo di terra ove riporre lo stanco suo capo? Chi vuole farsi mio discepolo, dice il Salvatore, mi segua colla preghiera, colla penitenza e specialmente rinneghi sé stesso, tolga la croce delle quotidiane tribolazioni e mi segua […]. Ma fino a quando seguirlo? Fino alla morte e se fosse mestieri, anche ad una morte di croce. Ciò è quanto nella nostra Società fa colui che logora le sue forze nel sacro ministero, nell’insegnamento od altro esercizio sacerdotale, fino ad una morte eziandio violenta di carcere, di esilio, di ferro, di acqua, di fuoco; fino a tanto che dopo aver patito od essere morto con Gesù Cristo sopra la terra possa andare a godere con lui in cielo” (Fonti salesiane 1, 822).

Anche quando si rivolge ai laici, don Bosco presenta la perfezione cristiana come una radicale conformazione a Cristo. Nessuno infatti, scrive nel 1856, “può vantarsi di appartenere a Gesù Cristo se non si adopera per imitarlo”. Perciò nella sua vita e nelle sue azioni deve rispecchiare “la vita e le azioni di Gesù Cristo medesimo”: “deve pregare, siccome pregò Gesù”; come Lui deve essere “accessibile […] ai poveri, agli ignoranti, ai fanciulli”, facendosi tutto a tutti. “Deve trattare col suo prossimo, siccome trattava Gesù Cristo”; “deve essere umile” come Lui e considerarsi “come il minore degli altri e come servo di tutti”. “Il cristiano deve ubbidire come ubbidì Gesù Cristo, il quale fu sottomesso a Maria e a san Giuseppe, ed ubbidì al suo celeste Padre fino alla morte e alla morte di croce”. “Il vero cristiano nel mangiare e nel bere deve essere come era Gesù Cristo alle nozze di Cana di Galilea e di Betania, cioè sobrio, temperante, attento ai bisogni altrui”.

“Il buon cristiano deve essere coi suoi amici siccome era Gesù Cristo con san Giovanni e san Lazzaro. Egli li deve amare nel Signore e per amor di Dio; loro confidare cordialmente i segreti del suo cuore; e se essi cadono nel male, egli mette in opera ogni sollecitudine per farli ritornare nello stato di grazia.

 Il vero cristiano deve soffrire con rassegnazione le privazioni e la povertà, come le soffrì Gesù Cristo, il quale non aveva nemmeno un luogo ove appoggiare il suo capo. Egli sa tollerare le contraddizioni e le calunnie, come Gesù tollerò quelle degli scribi e dei farisei, lasciando a Dio la cura di giustificarlo. Egli sa tollerare gli affronti e gli oltraggi, siccome fece Gesù Cristo allorché gli diedero uno schiaffo, gli sputarono in faccia e lo insultarono in mille guise nel pretorio.

Il vero cristiano deve essere pronto a tollerare le pene di spirito, siccome Gesù Cristo quando fu tradito da uno dei suoi discepoli, rinnegato da un altro ed abbandonato da tutti.

 Il buon cristiano deve essere disposto ad accogliere con pazienza ogni persecuzione, ogni malattia ed anche la morte, siccome fece Gesù Cristo, il quale colla testa coronata di pungenti spine, col corpo lacero per le battiture, coi piedi e colle mani trafitte da chiodi, rimise in pace l’anima sua nelle mani del suo Padre.

 Di maniera che il vero cristiano deve dire coll’apostolo san Paolo: Non sono io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me (Chiave del paradiso, 20-23).

Santità facile, dunque, santità vissuta nella quotidianità, con amore e col sorriso sulle labbra. Ma certamente una santità esigente e feconda di frutti.

Bibliografia

Il cattolico = Giovanni Bosco, Il cattolico provveduto per le pratiche di pietà con analoghe istruzioni secondo il bisogno dei tempi, Torino, Tip. dell’Oratorio di S. Franc. di Sales, 1868.

Caviglia = Alberto Caviglia, Il «Magone Michele»: una classica esperienza educativa, in Opere e scritti editi e inediti di Don Bosco nuovamente pubblicati e riveduti secondo le edizioni originali e manoscritti superstiti, a cura della Pia Società Salesiana, vol. 5, Torino, Società Editrice Internazionale, 1965, 129-247.

Chiave del paradiso = Giovanni Bosco, La chiave del paradiso in mano al cattolico che pratica i doveri di buon cristiano, Torino, Tip. Paravia e Comp., 1856.

Filotea = Francesco di Sales, Filotea. Introduzione alla vita devota. Introduzione di Valentín Viguera; traduzione e note di Ruggero Balboni, Roma, Città Nuova, 2009.

Fonti salesiane 1 = Istituto Storico Salesiano, Fonti salesiane 1. Don Bosco e la sua opera, Roma, LAS, 2014.

GP = Giovanni Bosco, Il giovane provveduto per la pratica de’ suoi doveri…, Torino, Tipografia Paravia e Comp., 1847.

MO = Giovanni Bosco, Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855. Saggio introduttivo e note storiche a cura di Aldo Giraudo, Roma, LAS, 2011.

Regolamento = Giovanni Bosco, Regolamento dell’Oratorio di S. Francesco di Sales per gli esterni. Torino, Tipografia dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, 1877.

Regole = Giovanni Bosco, Regole o costituzioni della Società di S. Francesco di Sales secondo il Decreto di approvazione del 3 aprile 1874, Torino, Tipografia Salesiana, 1875.

Santa Zita = Vita di santa Zita serva e di sant’Isidoro contadino, Torino, Tipografia P. De-Agostini, 1853.

Vite = Giovanni Bosco, Vite di giovani. Le biografie di Domenico Savio, Michele Magone e Francesco Besucco. Saggio introduttivo e note storiche a cura di Aldo Giraudo, Roma, LAS, 2012.