Un giorno don Bosco confidò a don Costamagna: “Se Dio mi dicesse: preparati a morire; scegli però un successore, perché non voglio che l’opera tua cessi; per lui sollecita quante grazie, virtù, doni e carismi credi necessari, e tutto concederò: ti assicuro, caro Costamagna, che non saprei che cosa chiedere, perché tutto vedo già in don Rua”.

Michele Rua nacque a Torino il 9 giugno 1837, nel popolare quartiere di Borgo Dora; il padre lavorava nell’arsenale e in un alloggio della fabbrica abitava la famiglia. Nel giro di pochi anni la madre rimase sola con due figli. Perso il papà, gli occhi di Michelino spesso si fermavano a guardare gli operai al lavoro davanti ai forni roventi in cui erano fusi i pezzi d’artiglieria. Era una sorta di caserma in cui il ragazzo frequentò le prime due classi d’istruzione. Seguì la terza elementare presso i Fratelli delle Scuole Cristiane, chiamati nel Borgo, anni prima, dal Marchese Tancredi di Barolo per istruire i bambini del popolo. Tra i banchi di scuola ci fu l’incontro con don Bosco che intuì, negli occhi del ragazzetto, qualcosa di speciale. Porgendogli la mano, com’era solito fare con tanti ragazzi, gli disse: “Noi due faremo tutto a metà”. Quelle parole rimasero impresse nel cuore di Michele che da quel giorno lo prese come confessore. La terza era l’ultima classe obbligatoria e quando il “santo dei giovani” gli chiese cosa avrebbe fatto l’anno successivo, lui rispose che, essendo orfano, in fabbrica avevano promesso alla madre che gli avrebbero dato un lavoro. Per il sacerdote, anch’egli rimasto presto senza padre, convincere la donna a fargli proseguire gli studi non fu difficile e Michele entrò come convittore a Valdocco, già “popolato” da oltre cinquecento ragazzi. Intanto nacque nel suo cuore la vocazione sacerdotale e il 3 ottobre 1852 ricevette dal santo l’abito clericale ai Becchi di Castelnuovo. L’anno seguente fu un anno speciale perché si celebrava il 4° centenario del Miracolo Eucaristico. Don Bosco aveva scritto per l’occasione un libretto e un giorno, mentre camminavano insieme per le strade di Torino, scherzando, predisse al giovane che, cinquanta anni dopo, l’avrebbe fatto ristampare.

Il 26 gennaio 1854, don Bosco radunò nella sua camera quattro giovani compagni, dando vita, forse inconsapevolmente, alla Congregazione salesiana. Alla riunione erano presenti Giovanni Cagliero e Michele Rua che fu incaricato di stenderne il “verbale”. Amici inseparabili, furono tra i più volenterosi quando, nel mese di agosto, scoppiò in città un’epidemia di colera, probabilmente portata dai reduci della guerra in Crimea. Nei quartieri più poveri i due aiutarono generosamente i malati e Cagliero si ammalò gravemente. Collaboratore della Compagnia dell’Immacolata con Domenico Savio, fu un allievo modello, apostolo tra i compagni. Il 25 marzo 1855, nella stanza di don Bosco, Michele fece la sua “professione” semplice: era il primo Salesiano. A Valdocco sorgevano laboratori di calzoleria, di sartoria, di legatoria. Molti ragazzi vedevano cambiare la propria esistenza. Alcuni poterono studiare, altri vi si radunavano la sera dopo il lavoro, altri ancora solo la domenica. Michele divenne il principale collaboratore del santo, nonostante la giovane età. Ne conquistò la totale fiducia, aiutandolo anche nel trascrivere le bozze dei suoi libri, sovente di notte, rubando le ore al sonno. Di giorno si recava all’oratorio San Luigi, dalle parti di Porta Nuova, in una zona piena d’immigrati. I più emarginati erano i ragazzi che, dalle valli, scendevano in città in cerca di lavoro come spazzacamini. Rua, facendo catechismo e insegnando le elementari nozioni scolastiche, conobbe infinite storie di miseria. L’oratorio fu frequentato anche da San Leonardo Murialdo e dal Beato Francesco Faà di Bruno. Nel novembre 1856, quando morì Margherita Occhiena, madre di don Bosco, Michele chiamò la propria mamma ad accudire ai giovani di Valdocco. La signora Giovanna Maria l’avrebbe fatto per vent’anni, fino alla morte. Frequentare il seminario, a quei tempi, a causa delle leggi anticlericali, non era facile ma nonostante questo il giovane lo fece con profitto e, anzi, sui suoi appunti studiarono tanti compagni.

Nel febbraio 1858 don Bosco scrisse le Regole della Congregazione e il “fidato segretario” passò molte notti a copiare la sua indecifrabile grafia. Insieme le portarono a Roma, per l’approvazione di Papa Pio IX, che, di proprio pugno, le corresse. Michele la sera dovette ricopiarle mentre di giorno era l’ombra del fondatore, impegnato ad accompagnarlo negli incontri con varie personalità. L’anno successivo il Papa ufficializzò la Congregazione salesiana. La sera del 18 dicembre 1859, data di nascita della Congregazione, don Rua, ordinato suddiacono il giorno prima, è eletto, all’unanimità, Direttore Spirituale. Il 29 luglio 1860 Michele Rua fu ordinato sacerdote. Sull’altare della prima Messa c’erano i fiori bianchi donati dagli spazzacamini dell’oratorio San Luigi. Tre anni dopo fu mandato ad aprire la prima casa salesiana fuori Torino: un piccolo seminario a Mirabello Monferrato. Vi stette due anni e tornò in città mentre a Valdocco si costruiva la basilica di Maria Ausiliatrice. Don Rua divenne il riferimento di molteplici attività, rispondendo persino alle lettere indirizzate a don Bosco. Lavorava senza soste e nel luglio 1868 sfiorò persino la morte a causa di una peritonite. Dato per moribondo dai medici, guarì; qualcuno disse per intercessione di don Bosco. Tra i ragazzi dell’oratorio, oltre settecento, nascevano diverse vocazioni religiose. In quell’anno si conclusero i lavori del santuario; nel 1872 fecero la professione religiosa le prime Figlie di Maria Ausiliatrice; nel 1875 partirono i primi missionari per l’Argentina guidati da don Cagliero. In seguito nacquero i Cooperatori e il Bollettino Salesiano. Valdocco aveva raggiunto proporzioni enormi, mentre a Roma Papa Leone XIII chiedeva alla Congregazione la costruzione della basilica del Sacro Cuore. Don Bosco era spesso in viaggio per la Francia e la Spagna e don Rua gli era accanto. Nel 1884 la salute del fondatore ormai declinava e fu il Papa stesso a suggerirgli di pensare a un successore. Don Rua il 7 novembre fu nominato, dal pontefice, vicario con diritto di successione. Nella notte tra il 30 e il 31 gennaio del 1888, alla presenza di molti sacerdoti, accompagnò la mano del santo nel dare l’ultima benedizione. Rimase poi inginocchiato, davanti alla salma, per oltre due ore.

Divenuto Rettor Maggiore della Società Salesiana e primo successore di don Bosco, don Rua ne è il fedele interprete, realizzatore, consolidatore e continuatore del carisma in tutte le sue dimensioni, con un obiettivo molto chiaro fin dall’inizio del suo mandato: “L’altro pensiero che mi rimase fisso in mente, fu che noi dobbiamo stimarci ben fortunati di essere figli di un tal Padre. Perciò nostra sollecitudine dev’essere di sostenere e a suo tempo sviluppare ognora più le opere da lui iniziate, seguire fedelmente i metodi da lui praticati e insegnati, e nel nostro modo di parlare e di operare cercare di imitare il modello, che il Signore nella sua bontà ci ha in lui somministrato. Questo, o Figli carissimi, sarà il programma che io seguirò nella mia carica; questo pure sia la mira e lo studio di ciascuno dei Salesiani”.

Quello esercitato da don Rua è soprattutto un governo carismatico ed esemplare: don Rua stesso è una persona carismatica ed esemplare, vale a dire che governa con il buon esempio, essendo un vero modello. Non proietta se stesso, ma don Bosco e il suo carisma sempre e dovunque: davanti ai suoi Salesiani, davanti alla Chiesa e alla società civile. Perciò si può dire che mentre governa con l’intelligenza, il suo governo è ancor più rafforzato dalla santità e dalla qualità morale della persona.

Frutti di tale animazione e di tale governo sono: l’espansione delle fondazioni salesiane spesso aperte con la povertà di mezzi e scarsità di personale e in tanti luoghi avendo da affrontare situazioni molto difficili; le spedizioni missionarie inviate a sostenere e portare a pieno sviluppo le opere già aperte e a tentarne delle nuove, in particolare tra i popoli non ancora evangelizzati. Nei suoi 22 anni di governo don Rua aumenta le fondazioni salesiane: dalle 64 case presenti alla morte di don Bosco si arriva a 341 case nel 1910, l’anno della sua morte.
Altro frutto di quest’azione benedetta dall’alto e sostenuta da un impegno indefesso è la crescita delle vocazioni. L’insistenza costante di don Rua nel coltivare vocazioni fa delle case salesiane una scuola di formazione cristiana, ricordando spesso ai Salesiani il nucleo centrale della loro vocazione, del loro carisma: l’amore travolgente a Dio che si trasforma in amore al prossimo. Per don Rua l’eccellenza di qualsiasi opera salesiana consiste nella capacità di promuovere delle vocazioni, e ciò è indice della fedeltà al carisma di don Bosco, oltre che a essere segno della fecondità del sistema pastorale e pedagogico salesiano. Alla morte di don Bosco i Salesiani sono 768; alla morte di don Rua salgono a 4.001 salesiani professi e 371 novizi. A quest’opera di promozione vocazionale si accompagna un’azione stabilizzatrice dei processi formativi, con l’istituzione dei centri di formazione: noviziati e studentati filosofici e teologici.
Quest’opera di governo e di animazione trovava la sua sorgente nella fedeltà a don Bosco e al suo carisma, attraverso la mediazione delle Costituzioni e dei Regolamenti,l’esperienza vissuta della vita salesiana comunitaria, il contatto diretto con i suoi scritti o nell’originale o nella traduzione e l’accostamento con quelli che erano vissuti al suo fianco. Don Rua è convinto che l’insistere con i Salesiani a vivere in comunione stretta con la persona e la figura di don Bosco sia un mezzo sicuro per superare l’individualismo, l’isolamento e le tendenze liberali visibili nella società esterna, per rafforzare un forte senso di appartenenza alla Congregazione e per creare comunità salesiane oranti, armoniose, fraterne e apostoliche, unite sotto i direttori e saldamente legate all’ispettore, al Rettor Maggiore e al Capitolo Superiore.

Don Rua fu un missionario instancabile, fedele interprete del sistema educativo preventivo. Percorrendo centinaia di chilometri visitò le case della Congregazione sparse per il mondo, coordinandole come una sola grande famiglia. Diceva che i suoi viaggi gli avevano fatto vedere la “povertà ovunque”. La prima grande industrializzazione fece abbandonare ai contadini le proprie terre, per un misero salario guadagnato in fabbrica dopo interminabili giornate di lavoro. I Salesiani toglievano dalla strada molti bambini, aprendo oratori e scuole che, pur nella loro semplicità, diventavano in poco tempo centri di accoglienza e istruzione. Don Rua fu un grande innovatore in campo educativo: oltre alle scuole, in cui introdusse corsi professionali, organizzò ostelli e circoli sociali. Come responsabile della Congregazione affrontava con scrupolo le questioni amministrative che a volte lo portavano a essere severo con i suoi collaboratori. Spesso gli saranno tornate in mente le parole che don Bosco gli disse quando era ancora un ragazzino: “Avrai molto lavoro da fare”.

A don Rua, tra molte soddisfazioni (nel 1907 don Bosco fu dichiarato venerabile, nel 1908 si terminò la chiesa romana di Santa Maria Liberatrice), non mancarono certo prove e difficoltà. Nel 1896 il governo anticlericale dell’Ecuador allontanò dal paese i Salesiani; lo stesso accadde in Francia nel 1902. Nel 1907 in Liguria, a Varazze, si dovette rispondere per vie legali ad alcune pesanti calunnie contro la Congregazione. Il piano massonico si sgonfiò e i calunniatori dovettero scappare all’estero. La salute di don Rua tuttavia ne rimase seriamente compromessa. Sotto il peso degli anni, fu costretto a letto. Morì nella notte tra il 5 e il 6 aprile 1910, mormorando una giaculatoria insegnatagli da don Bosco quando era un ragazzino: “Cara Madre, Vergine Maria, fate ch’io salvi l’anima mia”. Il “secondo padre della Famiglia Salesiana” fu sepolto a fianco del maestro. Paolo VI lo beatificò il 29 ottobre 1972, affermando: “La Famiglia salesiana […] ha avuto in don Bosco l’origine, in Don Rua la continuità […]. Egli ha fatto dell’esempio del santo una scuola, della sua Regola uno spirito, della sua santità un modello […]. Don Rua ha inaugurato una tradizione”. La sua tomba è ora venerata nella cripta della basilica di Maria Ausiliatrice in Torino.

Morì il 6 aprile 1910, a 73 anni. Con lui la Società era passata da 773 a 4000 salesiani, da 57 a 345 Case, da 6 a 34 Ispettorie in 33 paesi. Paolo VI lo beatificò nel 1972, dicendo: “Ha fatto della sorgente un fiume”.

Venerabile il 26 giugno 1953; beatificato il 29 ottobre 1972 da Paolo VI

Omelia di Paolo VI, 29 ottobre 1972

Venerabili Fratelli e Figli carissimi!
Benediciamo il Signore!

Ecco: Don Rua è stato ora da noi dichiarato «beato»!

Ancora una volta un prodigio è compiuto: sopra la folla della umanità, sollevato dalle braccia della Chiesa, quest’uomo, invaso da una levitazione che la grazia accolta e secondata da un cuore eroicamente fedele ha reso possibile, emerge ad un livello superiore e luminoso, e fa convergere a sé l’ammirazione e il culto, consentiti per quei fratelli che, passati all’altra vita, hanno ormai raggiunta la beatitudine del regno dei cieli.

BONTÀ , MITEZZA, SACRIFICIO

Un esile e consunto profilo di prete, tutto mitezza e bontà, tutto dovere e sacrificio, si delinea sull’orizzonte della storia, e vi resterà ormai per sempre: è Don Michele Rua, «beato»!

Siete contenti? Superfluo chiederlo alla triplice Famiglia Salesiana, che qui e nel mondo esulta con noi, e che trasfonde la sua gioia in tutta la Chiesa. Dovunque sono i Figli di Don Bosco, oggi è festa. Ed è festa specialmente per la Chiesa di Torino, patria terrena del nuovo Beato, la quale vede inserita nella schiera possiamo dire moderna dei suoi eletti una nuova figura sacerdotale, che ne documenta le virtù della stirpe civile e cristiana, e che certo ne promette altra futura fecondità.

Don Rua, «beato». Noi non ne tracceremo ora il profilo biografico, né faremo il suo panegirico. La sua storia è ormai a tutti ben nota. Non sono certamente i bravi Salesiani, che lasciano mancare la celebrità ai loro eroi; ed è questo doveroso omaggio alle loro virtù che, rendendoli popolari, estende il raggio del loro esempio e ne moltiplica la benefica efficacia; crea l’epopea, per l’edificazione del nostro tempo.

E poi, in questo momento nel quale la commozione gaudiosa riempie i nostri animi, preferiamo piuttosto meditare che ascoltare. Ebbene meditiamo, un istante, sopra l’aspetto caratteristico di Don Rua, l’aspetto che lo definisce, e che con un solo sguardo ce lo dice tutto, ce lo fa capire. Chi è Don Rua?

È il primo successore di Don Bosco, il Santo Fondatore dei Salesiani. E perché adesso Don Rua è beatificato, cioè glorificato? è beatificato e glorificato appunto perché suo successore, cioè continuatore: figlio, discepolo, imitatore; il quale ha fatto con altri ben si sa, ma primo fra essi, dell’esempio del Santo una scuola, della sua opera personale un’istituzione estesa, si può dire, su tutta la terra; della sua vita una storia, della sua regola uno spirito, della sua santità un tipo, un modello; ha fatto della sorgente, una corrente, un fiume. Ricordate la parabola del Vangelo: «il regno dei cieli è simile a grano di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo; esso è tra i piccoli di tutti i semi, ma quando è cresciuto è tra i più grandi di tutti gli erbaggi e diventa pianta, tanto che gli uccelli del cielo vengono a riposarsi fra i suoi rami» (Matth. 13, 31-32). La prodigiosa fecondità della famiglia Salesiana, uno dei maggiori e più significativi fenomeni della perenne vitalità della Chiesa nel secolo scorso e nel nostro, ha avuto in Don Bosco l’origine, in Don Rua la continuità. È stato questo suo seguace, che fin dagli umili inizi di Valdocco, ha servito l’opera Salesiana nella sua virtualità espansiva, ha capito la felicità della formula, l’ha sviluppata con coerenza testuale, ma con sempre geniale novità. Don Rua è stato il fedelissimo, perciò il più umile ed insieme il più valoroso dei figli di Don Bosco.

UNA TRADIZIONE GLORIOSA

Questo è ormai notissimo; non faremo citazioni, che la documentazione della vita del nuovo Beato offre con esuberante abbondanza; ma faremo una sola riflessione, che noi crediamo, oggi specialmente, molto importante; essa riguarda uno dei valori più discussi, in bene ed in male, della cultura moderna, vogliamo dire della tradizione.

Don Rua ha inaugurato una tradizione. La tradizione, che trova cultori e ammiratori nel campo della cultura umanistica, la storia, per esempio, il divenire filosofico, non è invece in onore nel campo operativo, dove piuttosto la rottura della tradizione – la rivoluzione, il rinnovamento precipitoso, la originalità sempre insofferente dell’altrui scuola, l’indipendenza dal passato, la liberazione di ogni vincolo – sembra diventata la norma della modernità, la condizione del progresso, Non contestiamo ciò che vi è di salutare e di inevitabile in questo atteggiamento della vita tesa in avanti, che avanza nel tempo, nell’esperienza e nella conquista delle realtà circostanti; ma metteremo sull’avviso circa il pericolo e il danno del ripudio cieco dell’eredità che il passato, mediante una tradizione saggia e selettiva, trasmette alle nuove generazioni. Non tenendo nel debito conto questo processo di trasmissione, noi potremmo perdere il tesoro accumulato della civiltà, ed essere obbligati a riconoscerci regrediti, non progrediti, e a ricominciare da capo un’estenuante fatica. Potremmo perdere il tesoro della fede, che ha le sue radici umane in determinati momenti della storia che fu, per ritrovarci naufraghi nel pelago misterioso del tempo, senza più avere né la nozione, né la capacità del cammino da compiere. Discorso immenso, ma che sorge alla prima pagina della pedagogia umana, e che ci avverte, se non altro, quale merito abbia ancora il culto della sapienza dei nostri vecchi, e per noi, figli della Chiesa, quale dovere e quale bisogno noi abbiamo di attingere dalla tradizione quella luce amica e perenne, che dal lontano e prossimo passato proietta i suoi raggi sul nostro progrediente sentiero.

CI INSEGNA AD ESSERE DISCEPOLI D’UN SUPERIORE MAESTRO

Ma per noi il discorso, davanti a Don Rua, si fa semplice ed elementare, ma non per questo meno degno di considerazione. Che cosa c’insegna Don Rua? Come ha egli potuto assurgere alla gloria del paradiso e all’esaltazione che oggi la Chiesa ne fa? Precisamente, come dicevamo, Don Rua c’insegna ad essere dei continuatori; cioè dei seguaci, degli alunni, dei maestri, se volete, purché discepoli d’un superiore Maestro. Amplifichiamo la lezione che da lui ci viene: egli insegna ai Salesiani a rimanere Salesiani, figli sempre fedeli del loro fondatore; e poi a tutti egli c’insegna la riverenza al magistero, che presiede al pensiero e alla economia della vita cristiana. Cristo stesso, come Verbo procedente dal Padre, e come Messia esecutore e interprete della rivelazione a lui relativa, ha detto di Sé: «la mia dottrina non è mia, ma è di Colui che mi ha mandato» (Io. 7, 16).

La dignità del discepolo dipende dalla sapienza del Maestro. L’imitazione nel discepolo non è più passività, né servilità; è fermento, è perfezione (Cfr. 1 Cor. 4, 16). La capacità dell’allievo di sviluppare la propria personalità deriva infatti da quell’arte estrattiva, propria del precettore, la quale appunto si chiama educazione, arte che guida l’espansione logica, ma libera e originale delle qualità virtuali dell’allievo. Vogliamo dire che le virtù, di cui Don Rua ci è modello e di cui la Chiesa ha fatto titolo per la sua beatificazione, sono ancora quelle evangeliche degli umili aderenti alla scuola profetica della santità; degli umili ai quali sono rivelati i misteri più alti della divinità e dell’umanità (Cfr. Matth. 11, 25).

Se davvero Don Rua si qualifica come il primo continuatore dell’esempio e dell’opera di Don Bosco, ci piacerà ripensarlo sempre e venerarlo in questo aspetto ascetico di umiltà e di dipendenza; ma noi non potremo mai dimenticare l’aspetto operativo di questo piccolo-grande uomo, tanto più che noi, non alieni dalla mentalità del nostro tempo, incline a misurare la statura d’un uomo dalla sua capacità d’azione, avvertiamo d’avere davanti un atleta di attività apostolica che, sempre sullo stampo di Don Bosco, ma con dimensioni proprie e crescenti, conferisce a Don Rua le proporzioni spirituali ed umane della grandezza. Infatti missione grande è la sua. I biografi ed i critici della sua vita vi hanno riscontrato le virtù eroiche, che sono i requisiti che la Chiesa esige per l’esito positivo delle cause di beatificazione e di canonizzazione, e che suppongono e attestano una straordinaria abbondanza di grazia divina, prima e somma causa della santità.

La missione che fa grande Don Rua si gemina in due direzioni esteriori distinte, ma che nel cuore di questo poderoso operaio del regno di Dio s’intrecciano e si fondono, come di solito avviene nella forma dell’apostolato che la Provvidenza a lui assegnò: la Congregazione Salesiana e l’oratorio, cioè le opere per la gioventù, e quante altre fanno loro corona. Qui il nostro elogio dovrebbe rivolgersi alla triplice Famiglia religiosa che da Don Bosco dapprima e poi da Don Rua, con lineare successione ebbe radice, quella dei Sacerdoti Salesiani, quella delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e quella dei Cooperatori Salesiani, ognuna delle quali ebbe meraviglioso sviluppo sotto l’impulso metodico e indefesso del nostro Beato. Basti ricordare che nel ventennio del suo governo da 64 case salesiane, fondate da Don Bosco durante la sua vita, esse crebbero fino a 314. Vengono alle labbra, in senso positivo, le parole della Bibbia: «Qui vi è il dito di Dio!» (Ex. 8, 19). Glorificando Don Rua, noi rendiamo gloria al Signore, Che ha voluto nella persona di lui, nella crescente schiera dei suoi Confratelli e nel rapido incremento dell’opera Salesiana manifestare la sua bontà e la sua potenza, capaci di suscitare anche nel nostro tempo l’inesausta e meravigliosa vitalità della Chiesa e di offrire alla sua fatica apostolica i nuovi campi di lavoro pastorale, che l’impetuoso e disordinato sviluppo sociale ha aperto davanti alla civiltà cristiana. E salutiamo, festanti con loro di gaudio e di speranza, tutti i Figli di questa giovane e fiorente Famiglia Salesiana, che oggi sotto lo sguardo amico e paterno del loro nuovo Beato rinfrancano il loro passo sulla via erta e diritta dell’ormai collaudata tradizione di Don Bosco.

IN CRISTO OGNI ARMONIA E FELICITÀ

Poi le opere Salesiane si accendono davanti a noi illuminate dal Santo Fondatore e con novello splendore del Beato continuatore. È a voi che guardiamo, giovani della grande scuola Salesiana! Vediamo riflesso nei vostri volti e splendente nei vostri occhi l’amore di cui Don Bosco e con lui Don Rua e tutti i loro Confratelli di ieri e di oggi, e certo di domani, vi ha fatto magnifico schermo. Quanto siete a noi cari, quanto siete per noi belli, quanto volentieri vi vediamo allegri, vivaci e moderni; voi siete giovani cresciuti e crescenti in codesta multiforme e provvidenziale opera Salesiana! Come preme sul cuore la commozione delle straordinarie cose che il genio di carità di San Giovanni Bosco e del Beato Michele Rua e dei mille e mille loro seguaci ha saputo produrre per voi; per voi, specialmente, figli del popolo, per voi, se bisognosi di assistenza e di aiuto, di istruzione e di educazione, di allenamento al lavoro e alla preghiera; per voi, se figli della sventura, o confinati in terre lontane aspettate chi vi venga vicino, con la sapiente pedagogia preventiva dell’amicizia, della bontà, della letizia, chi sappia giocare e dialogare con voi, chi vi faccia buoni e forti facendovi sereni e puri e bravi e fedeli, chi vi scopra il senso e il dovere della vita, e vi insegni a trovare in Cristo l’armonia d’ogni cosa! Anche voi oggi noi salutiamo, e vorremmo tutti voi, alunni piccoli e grandi della gioconda studiosa e laboriosa palestra Salesiana, e con voi tanti vostri coetanei delle città e delle campagne, voi delle scuole e dei campi sportivi, voi del lavoro e della sofferenza, e voi delle nostre aule di catechismo e delle nostre chiese, sì, vorremmo tutti un istante chiamarvi sull’«attenti!», ed invitarvi a sollevare gli sguardi verso questo nuovo Beato Don Michele Rua, che vi ha tanto amati e che ora per mano nostra, la quale vuol essere quella di Cristo, a uno a uno, e tutti insieme vi benedice.

Fonte: w2.vatican.va